lunedì 16 febbraio 2015

Cose che succedono (solo a me) Vol. III

5 ORE INDA CESS
Solo questo poteva portarmi a fare quello che ho fatto.
Perchè verso mezzogiorno, come ogni persona normale nel mondo - non necessariamente ad orari prestabiliti - ho fatto la pipì in bagno; e fin qui.
La cosa divertente è successa subito dopo: mentre aprivo la porta ho sentito uno scatto inusuale, una sospetta lentezza alla maniglia e il movimento a vuoto della stessa.
A vuoto.
Un po' come quando si fanno le scale al buio e ci si inventa arbitrariamente l'ultimo scalino che non c'è, un ostacolo immaginato che fa perdere l'equilibrio per la sua inesistenza.
Provo ancora: la porta non si apre.
Ovviamente realizzo immediatamente di essere sola in casa, e la frase "Hei sono chiusa dentro..!" muore in gola con l'enfasi che si dimezza ad ogni parola.
Realizzo anche di avere il cellulare in camera. Lo sento squillare.
Tiro la maniglia verso di me, mentre apro e chiudo a chiave la porta almeno una dozzina di volte; come se potesse davvero aiutare la situazione. Il panico è presto risolto, penso: sono davvero fortunata perchè la finestra del bagno si affaccia sulla terrazza della cucina. Scavalco goffamente, con un sorriso trionfante che subito si spegne: la finestra è chiusa.
La finestra della cucina è chiusa.
Che è un evento forse più apocalittico dell'armegeddon stesso, più inesistente del sentire parole assennate da Gasparri, perchè in questa casa fa caldissimo TUTTO L'ANNO e la finestra la teniamo - quasi - sempre socchiusa.
Ci rimango male come un bambino che non riceve ragali a Natale.
Rientro scavalcando, devo trovare una soluzione, penso.
Torno alla porta del bagno e la scassino, ma non risolvo nulla. Mi guardo intorno ma non ho nessun attrezzo valido, trovo solo un tagliaunghie utile come una bottiglia di plastica vuota nel deserto.
Rompo il vetro della finestra della cucina?
No, non mi pare il caso.
Smonto la porta e la scardino?
Non ci riesco, sono debole e fiacca peggio di Mr. Bean.
Mi affaccio alla finestra: non mi resta che chiedere aiuto ai passanti cercando di farmi aiutare dalla portineria.
Grido e cerco di attirare l'attenzione, e l'odio verso le umane genti aumenta ad ogni testa indifferente che continua a camminare, sorda ad una richiesta di aiuto.
"SONO QUASSù, CAZZO!! AIUTATEMI!"
Ovviamente becco la donna più ebete della storia che mi fissa a bocca aperta, dopo che le ho fatto capire la mia situazione. "Per favore, son chiusa in bagno e non riesco ad uscire, può chiedere in portineria se mi dà una mano?"
L'ebete continua a fissarmi e, dopo aver lanciato uno sguardo al gabbiotto del portinaio mi dice le uniche parole che non voglio sentirmi dire: "Non c'è nessuno in portineria."
Ringrazio a denti stretti e mi ritiro dalla finestra con le orecchie che cantano il ritornello della canzone: "Il famoso porco di tre lettere".
Sbuffo, sedendomi.
E faccio l'unica cosa che mi rimaneva da fare.
Le pulizie.
Ho pulito il bagno così profondamente come mai era accaduto.
Ho risistemato il mobile che aveva le viti allentate (dando uno scopo al tagliaunghie che si è rivelato utile all'uopo), ho grattato via il calcare fin nell'angolino più remoto della doccia, ho lavato la scopetta del wc, ho pulito ben bene dietro i sanitari, ho lucidato la lavatrice, ho spolverato ovunque, disinfettato ogni cosa. Mentre pulivo e mi disgustavo per la quantità di roba che tiravo via, ghignavo alla mia pigrizia che rinviava pulizie del genere ogni volta che mi veniva in mente di farle.
Non mi sono resa conto del tempo che passava finchè la coinquilina non è rientrata in casa, salvandomi, proprio nell'attimo in cui finivo di pulire.
Più tardi, mentre lavavo i piatti dopo aver mangiato il pranzo, una padella mi è caduta in testa scivolando dallo scolapiatti.
Dovevo uscire a fare la spesa.
Ho preferito rimanere tanata in casa.

giovedì 16 ottobre 2014

Cose che succedono (solo a me)

Mi sono lavata col gasolio.
Nessuno stupore, ma è così. Avevo anche addosso la mia camicia preferita pagata 4 preziosi euro. I meglio spesi della mia carriera di consumatrice.
Chi ha passato anche solo un giorno, o una sera con me, sa che ho un problema di deambulazione piuttosto grave. La mia postura è sgemba, col petto in fuori e un'apparente lordosi, non faccio passi ma getto le gambe in avanti come se volessi lanciarle via, i miei movimenti sono scattosi e poco armonici, ho una gamba più corta dell'altra e cado in continuazione.
In effetti, non ho mai imparato a camminare.
Questa mia piccola rutine della caduta è cronica. Ho cominciato muovendo i primi passi, da bambina, cadendo normalmente, ma da allora non ho più smesso. Non prendo più nemmeno le storte, però mi sbuccio ancora le ginocchia, i polsi, i gomiti. Non sono in grado di fare l'elenco, ma credo di essere caduta in tutti i luoghi possibili in cui avevo anche solo la minima occasione.
Uno scalino troppo alto che non ho notato, un tappeto con una piega, un pezzo di strada gelata, i ganci dello scarponcino di destra che si inceppano nei lacci di quello si sinistra.
Di solito mi rialzo come se nulla fosse al suono di: “É tutto a posto, va tutto bene, non mi sono fatta nulla, è normale.” Chi è con me ride. Ho un'aspetto apparentemente elegante e una tale smidollatezza non è intuita da chi non riesce a vedermi davvero. Lo si percepisce vagamente in questi casi.
Tornando da Macerata, mi sono fermata ad una stazione di benzina che aveva prezzi vantaggiosi, per fare rifornimento. Sono anche tornata indietro per andare proprio lì, dopo aver letto le tariffe.
Prendo l'unico posto libero per il diesel, quello più scomodo col bocchettone della macchina dall'altro lato dell'erogatore.
Vado alla macchina del self, inserisco a fatica 20 euro. Premo 6.
Prendo la pistola del diesel afferro il tubo e lo tiro un po' allungandolo, per permettermi di arrivare agevolmente alla macchina. Faccio un passo indietro e non mi accorgo di una enorme buca che mi toglie la terra da sotto i piedi facendomi cadere. Mentre mi sbilancio, per istinto mi attacco al tubo e alla pistola, premo anche il grilletto e ne esce copioso del gasolio che mi lava il viso, il petto e i pantaloni. Cado a terra di spalle, sbatto il ginocchio e mi sbuccio il polso sinistro e il dito medio destro. La pompa rotola in terra disegnando un piccolo ventaglio.
Mi rialzo prontamente, cerco di asciugarmi il viso ma non ho niente.
Tra l'altro nessuno ha visto la scena.
Sono costretta a sporcare ancora di più la mia camicia viola. Prendo la pompa e rifornisco la macchina, col sollievo di aver notato il contatore ancora fermo sullo 0. Sembra inceppato all'inizio, ma poi fila tutto liscio.
Mi tolgo la camicia prima di risalire in macchina, per fortuna avevo una canotta sotto, zuppa anche lei, ma né troppo intima, né ridicola. Almeno quello.
Riparto e non percorro neanche 300 mt, che un carabiniere ad un posto di controllo mi fa accostare.
Mi metto a ridere, ma proprio, ridere.
Mentre abbasso il finestrino l'agente mi fa “Finalmente un bel sorriso! Di solito tutti hanno facce scure!” E lo vedo arricciare il naso. “Lo so! - gli dico - Puzzo di benzina, non ho istinti suicidi, ma sono caduta facendo rifornimento e mi sono docciata completamente! Non è che conosci un bar con un bagno qui vicino dove posso almeno lavarmi il viso?” intanto gli porgo patente e libretto.
Parliamo un po' mentre lui comincia a provarci con me facendo domande personali e inopportune.
“Ah, Campello, lo conosco, ci sono stato. Ho visitato le fonti! Belle.
Che fai a Macerata?
Come mai sei venuta qui?
Master, in che?
Ah Illustrazione e arti visive, e che è? Ah bello!
E oggi qui, che fai?
Ah ma ti sei fermata a dormire?
E ora vai a casa?
C'era l'aperitivo europeo in centro, hai visto?
Se torni ci prendiamo un aperitivo io e te!”
“Sicuramente, guarda.” Gli rispondo.
Riparto e vado al bar.
Per fortuna è caldo e in canottiera si sta bene.
Penso al Karma che mi punisce, ma poi mi aiuta col carabiniere.
Non va mai tutto male, mai.
E riuscirò a smacchiare la camicia.



     

mercoledì 15 ottobre 2014

Ho ritrovato gli occhiali.

 Da qualche settimana non li avevo più.
Segnano sempre l'arrivo della bella stagione, d'inverno non li uso mai.
Sono l'accessorio che segna la parte calda dell'anno.
Li ho usati in uno splendido Aprile assolato che mi ha lasciata attonita, qualche mese fa, quando si è trasformato in Novembre.
Con le piogge, non ho trovato più i miei occhiali da sole. Non servivano, eppure, li volevo.
La mia è una vera e propria arte, e non in senso di bellezza d'azione, ma di sistematica ripetizione (anche) involontaria: quella di perdere le cose. Non ricordarne più la posizione, il verso, il sito, il luogo e lo stare, qualcosa che si verifica anche nella mia mente, scordo persone, relazioni, accadimenti. Se cerco non trovo, e non perchè non sia magari nel luogo del mio sguardo - potrebbe capitare di averle davanti al naso, ma perchè in qualche modo non le vedo.
É estremamente frustrante. Come due lenti, il mio osservare si scinde; un occhio spera di vedere, riempie con l'oggetto della ricerca i posti vuoti dove non c'è, l'altro osserva oggettivamente, non vede sperando, ma quel che è davvero.
Gli occhiali da sole mi permettono di vedere bene, il mio osservare distratto filtrato da quelle lenti pesanti diventa più attento e scrupoloso - proprio grazie al filtro e al piccolo disturbo della loro presenza sul mio viso che mi costringe a guardare con attenzione. Perdere gli occhiali è un po' come perdere la possibilità di vedere.
Di solito mi agito: insieme alla cosa persa, perdo anche io la mia posizione, il respiro, il pensiero lucido. Odio quel che trovo che non è quello che cerco, così finisco per trovare anche altro e a non badarci, a non dargli peso, perchè non è quello che voglio in quel momento. Non volendolo, perde valore.
Come una borsa da pulire, rigiro tutto, svuoto, spazzo, butto in aria, rompo.
Le cose non volute rimangono ombre nella mente, qualcosa che c'è, ma è indefinito ricordo di un sogno che diventa ricordo di vita, macchie e sfumature che perdono i particolari. E tutto questo si accorpa in una matassa di nodi, un groviglio di situazioni, persone e cose che assumono sfumature diverse in un unico grumo. Sono sempre stata brava a scioglierli, a sistemare i gomitoli di lana o a strecciare i miei capelli che facilmente s'aggrovigliano come i pensieri: perchè quelli che ho dentro la testa sono davvero inestricabili. Tiro fili per trovare il capo della matassa, ma non faccio altro che stringere i nodi ancora di più, finché non diventa un duro sasso pesante, uno scoglio di stoffa filata in cui ogni centimetro di filo è pensiero.
Con gli occhiali ho avuto una reazione diversa. Non ho rivoltato tutto. Ho cercato ordinatamente, nei luoghi dove potessero normalmente trovarsi. Nel caso in cui fossi caduta preda della solita isteria, avrei aperto anche il congelatore. Ma stavolta no.
Erano sempre nei miei pensieri, pregavo la Grande Intelligenza di restituirmeli, sapevo fossero accanto a me. Eppure, non c'erano.
Intanto Maggio entra come Dicembre.
Il sole si affaccia tra le nuvole plumbee, ed io trovo un nuovo luogo dove cercare ogni giorno.
La macchina di mio padre. La camera da letto di Michele. La borsa che ho usato quella volta che. La custodia che ho preso quando.
Il clima ostile, oltretutto, non vuole farmi desistere dal voler indossare vestiti leggeri. Caparbiamente, non accetto gli 8 gradi a Maggio.
Ho cominciato a starnutire.
Ieri mattina mi sono svegliata di soprassalto, quando per una notte intera tutte le matasse in testa, a cui si è aggiunta l'ennesima, sembravano voler trovare un nuovo spazio per permettere di mantenere tutto in equilibrio, anche se non in ordine. Forse, son davvero troppe.
Mi sono vestita velocemente, e il freddo mi ha fatto scegliere senza pensare: cose invernali.
Ho preso gli stivali, ma il mio piede destro non voleva entrare.
Riprovo, nulla.
Si è spostata la soletta, penso, infilo la mano per sistemarla, e mentre la tiro fuori dal collo lungo e scamosciato dello stivale, ho qualcosa, giro il polso, la apro: i miei occhiali.
I miei occhiali da sole nella scarpa destra degli stivali invernali.
I miei occhiali da sole nella scarpa destra degli stivali invernali, ora nella mia mano.
Ho riso.
Non potevo non farlo. Insomma, ho recuperato la vista al sole, grazie a delle scarpe e ad un inverno tornato. Molto da me.
Ed oggi c'era un sole bellissimo.


                                       

venerdì 3 ottobre 2014

Petra Neri

Ho iniziato a scrivere in un nuovo blog.
Una cosa diversa, dedicata a un tipo di lavoro più simbolico e misterioso.
Se vi piace, fate un giro su http://petraneri.blogspot.it/



martedì 30 ottobre 2012

Concorso Tapirulan!

Sono molto felice di dirvi che una mia illustrazione sta partecipando al concorso per il calendario Tapirulan.
La selezione è cominciata e, fra circa quindici giorni, saranno proclamati i 40 partecipanti alla mostra organizzata dall'associazione stessa, scelti dalla giuria, di cui solo 12 saranno selezionati per i mesi del calendario!
Ogni anno c'è un tema da illustrare, quest'anno il tema è "Buffet", anche metaforicamente estremamente succulento.



Ho cominciato a disegnare la tavola durante lo scandalo Fiorito, e credo che questo abbia inciso parecchio.
Guardando la galleria dei partecipanti, (qui) ho notato come molti abbiano esplorato il tema del buffet come smania di possesso, soprattutto in questo nostro Paese, l'Italia, che si lascia spolpare da chi ne abbia la forza per farlo.
Come da copione ho riempito la scena di particolari. Il più importante, che ho messo al centro, è il maiale che mangia panini al salame. Non so in quanti lo abbiano notato (forse solo io!) ma credo che sia una buona metafora di come questo paese sprechi le opportunità e il potenziale che ha.
Questo è il link diretto al mio lavoro sul sito del concorso. Se volete commentare, dire la vostra, esprimere disgusto o meraviglia.

A seguire, Buffet.

sabato 4 agosto 2012

Preludio senza capitolo primo

Benritrovati!
Oggi un post veloce veloce per comunicarvi che due illustrazioni della sottoscritta sono on-line @Preludio Senza Capitolo Primo, una rivista di illustrazione e fumetto indipendente, gestita da talentuosi ragazzi che mi hanno concesso l'onore di partecipare!
Il link del blog QUI.

Per stuzzicare la vostra curiosità ecco a voi la prima di due illustrazioni che ho realizzato.
La prissima sarà on line il 10 agosto!
A presto!
"Fin tra le braccia della madre,
amorose,
per straziarli."
                                                      
Today a very quick post to inform you that two illustrations of the undersigned are online @Preludio Senza Capitolo Primo, an independent online journal of illustration and comic, run by talented guys and I have the honor to participate!

The link to the blog Here.
 
To whet your appetite here is the first of two illustrations that I made.
The next one will be online August 10th!
See you soon!


lunedì 5 marzo 2012

La vestizione

La Vestizione del Re
La tavola è finita e posso ritenermi soddisfatta. Tre giorni di lavoro continuo a causa dei numerosi particolari, ma che alla fine, mi hanno riempita di soddisfazione.
C'è ancora da migliorare ma non disperiamo. La prossima, ne sono certa, sarà ancora più bella!
Ho cercato di presentare la storia con un taglio determinato.
Ma prima dei discorsi noiosi sull'approccio, passiamo alla fiaba vera e propria, per chi non la conosce.
Ovviamente riassunta da me.
                                                       ~
Un Re di un Povero Posto ha la mania dello shopping. Compra vestiti su vestiti e oggetti inutili e raffinati. Si veste solo con stoffe indiane, persiane, veneziane, magrebine, sahariane, parigine, malesi, giapponesi e cinesi. Passa tutto il giorno ad imbellettarsi e dorme nel resto del tempo.
Un giorno arrivano da lui due tipi molto svegli che gli propongono in vendita una stoffa a loro dire miracolosa, visibile solo agli intelligenti. Ovviamente si tratta di una truffa, ma il Re, per non apparire sciocco, si finge meravigliato per quella seta incredibile, e dà ai due furbacchioni tutti i soldi che gli chiedono per filarla e cucire un meraviglioso abito. Tutto il popolo in poco tempo viene a sapere della notizia e non parla d'altro. I ministri e gli emissari del Re mandati a verificare lo stato del lavoro dei due truffatori fingono tutti di vedere la stoffa, per non sembrare dei babbei. Chi si stupisce per quella meravigliosa organza, chi lo trova un bellissimo broccato. 
In onore di quella stoffa magica quel Pollo del Re organizza una grande Parata. Durante la sfilata il re indossa l'abito invisibile, e sfila tutto nudo. Ma il suo popolo per non apparire scemo, finge stupore. Che bellissimo chiffon! Che meraviglioso jeans! Che velour perfetto!
Solo un bambino, ingenuo e perfettamente estraneo alla malizia grida candidamente:

                                                                                       

                                                                               "MA IL RE è NUDO!" 

Riportando tutti alla reale nudità del Re.

                                                                               ~
é una storia quasi zen sulla stupidità degli uomini, sul lasciarsi trascinare e sull'inettitudine dei potenti.
Quel che vorrei riuscire a raccontare io è: che succede quando un Re pensa solo ai suoi affari personali e lascia il suo paese in balìa degli eventi?
Penso sia una storia estremamente attuale.

Particolare; due scarabei litigano per una delle ciliege cadute dal portafrutta